sabato 23 giugno 2012

Come cambia il nostro mondo: La deriva dei continenti


(via tutto-scienze.org)

Questo simpatico video sulla deriva dei continenti, creato sulle note di

Robert FitzRoyle sue teorie sull'origine della specie Verso la metà dell’800 il Catastrofismo fu via via sostituito dal concetto di Uniformitarianismo, centrato sul principio dell’Attualismo, proposto dallo scozzese James Hutton, uno dei fondatori della geologia moderna [2], definito anche come L'uomo che scoprì il tempo. “Il presente è la chiave del passato”, ovvero le forze geologiche e i processi, graduali o catastrofici, che agiscono oggi sulla Terra sono gli stessi di quelli che hanno agito nel passato (fonte siripro).
La nozione che i continenti non sono stati sempre fissi nella posizione odierna non era però nuova; essa era stata già suggerita nel 1596 dal cartografo danese Abraham Ortelius nel suo Thesaurus Geographicus (documento custodito dalla AMS Historica di Bologna e che potete ammirare qui); egli sosteneva che le Americhe erano state separate e allontanate dall’Europa e dall’Africa da terremoti e diluvi. Teoria ripresa nel 1858 dal geografo Antonio Snider-Pellegrini, il quale pubblicò una ricostruzione che mostrava come i continenti americano e africano, una volta uniti, si fossero gradualmente separati e allontanati.
Ma una sistemazione organica dei dati a favore della teoria della deriva dei continenti fu effettuata nel 1912 da Alfred Wegener [3]; opera che segnò l'inizio di accesi dibattiti nella comunità scientifica ma che gettò le basi della moderna e accreditata teoria della tettonica a placche, su cui concorda la maggior parte degli studiosi che si occupano di scienze della Terra. Nello scritto "La formazione dei continenti e degli oceani", Wegener sosteneva che 200 milioni di anni fa esistesse un unico grande continente, la Pangèa, circondata dall'oceano Panthàlassa; un enorme super-continente che si sarebbe poi suddiviso in più blocchi. Per sostenere questa sua teoria presentò una serie di indizi o corrispondenze che andrò a elencarvi brevemente:
- La combaciabilità tra le coste dei continenti
- La corrispondenza della direzione delle catene montuose
- La testimonianza dei fossili
- Argomenti paleoclimatici ecc.
L'opera di Wegener, criticata aspramente da molti scienziati (fra i quali il fisico Harold Jeffreys) poiché non riusciva a spiegare né come si muovessero i continenti né il perché, subì, fino al 1929, una serie di revisioni e correzioni che la portarono ad una versione definitiva (qua l'originale in tedesco) che fu tradotta per la prima volta in lingua italiana nel 1942 [4].



fu autore del Mémoires sur les espèces d'éléphants vivants et fossiles, il primo saggio di paleontologia dell'epoca e fu il fondatore, in netta contrapposizione con Jean-Baptiste Lamarck, della teoria delle catastrofi naturali, secondo la quale la maggior parte degli organismi viventi nel passato sarebbero stati spazzati via da numerosi cataclismi e il mondo sarebbe stato ripopolato dalle specie sopravvissute.
2. La sua opera più famosa è la "Theory of the Earth" (qui il testo completo).
3. C'è da dire che in realtà Alfred Wegener fu preceduto da Frank Bursley Taylor, geologo americano, autore, nel 1908, di un'opera per certi versi molto simile. La sua teoria fu però completamente ignorata e messa da parte.
4. La traduzione è stata effettuata da Clara Lollini, chimica italiana, autrice di diverse traduzioni dal tedesco.

Fonti e opere citate
La teoria della deriva dei continenti di Wegener del Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo (versione stampabile)
La deriva dei continenti, del dipartimento di Geologia e Geodesia dell'Università degli Studi di Palermo.
- Mémoires sur les espèces d'éléphants vivants et fossiles
- Theory of the Earth
- Thesaurus Geographicus
- La formazione dei continenti e degli oceani
- L'uomo che scoprì il tempo. James Hutton e l'età della terra.
 
Questo articolo partecipa al Carnevale della Fisica n.32 che verrà ospitato da Paolo Pascucci su Questione della Decisione.

martedì 5 giugno 2012

Caffè scientifico: note di un primo incontro


Esperienze universitarie a confronto: come sono cambiati gli studenti di Fisica nel corso degli anni

Un incontro piacevole, lontano dalle aule e dai corridoi di un dipartimento universitario, che necessita della partecipazione di più individui, diversi per età ed esperienza, può essere l’occasione adatta per dar vita a ricordi, storie e aneddoti che hanno per protagonisti personaggi straordinari: scienziati che hanno fatto grandi scoperte, elaborato complicate teorie ma che, soprattutto, hanno garantito un futuro a un’intera generazione di fisici italiani.
“Un tempo, arrivare a una laurea in Fisica, racconta il Prof. Giancarlo Susinno, ospite assieme al Prof. Raffaele Vena, del primo Caffè Scientifico organizzato dagli studenti e dai dottorandi del dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria, richiedeva un grosso impegno da parte dello studente; una dura preparazione, fatta sui libri, era necessaria, come lo erano le moltissime ore trascorse in laboratorio, un luogo dove si lavorava di ingegno per arrivare a costruire, partendo il più delle volte quasi dal niente, parte della strumentazione che sarebbe poi stata utile per eseguire l’esperimento”.
Nel racconto della sua esperienza di studente, di ricercatore e poi di docente, propone una lucida analisi dei cambiamenti che, nel trascorrere degli anni, hanno interessato gli studenti di Fisica, confluendo in una netta linea di demarcazione posizionatasi a metà degli anni ottanta. Un confine tra l’epoca delle certezze, in cui il semplice impegno di studiare sodo per un titolo era l’ovvio lasciapassare per la carriera, e l’epoca del dubbio e dell’insicurezza, in cui la laurea, pressoché svuotata di ogni valore, è poco più di un orpello, sulla cui utilità si discute e si dibatte senza sosta.
“Più eri in grado di dare come studente e più avresti ricevuto in cambio. Iniziare una tesi sperimentale all’Università di Roma, tra gli anni ’50 e ’60, portava quasi sicuramente alla pubblicazione di un lavoro importante”.
Erano gli anni di Salvini e Amaldi. Due grandi scienziati e due uomini di indiscusso spessore che contribuirono alla rinascita della fisica italiana nel dopoguerra.
Febbraio 1959: L'elettrosincrotrone in funzione (phys.uniroma1.it)
Giorgio Salvini insegnò Fisica Generale alla Sapienza a partire dal 1955; diresse, giovanissimo, la costruzione dell’elettrosincrotrone di Frascati nel 1953, quando aveva appena compiuto 33 anni.
Egli si circondò di giovani collaboratori, rivelatisi poi valentissimi, quasi tutti di età inferiore ai trent’anni. “E qui avvenne il prodigio, per una convinzione di Giorgio Salvini che Amaldi e Bernardini assecondarono immediatamente: assumere giovani, neolaureati in fisica o in ingegneria, a cui offrire un futuro che poteva essere gratificante se “ce la avessero messa tutta”: imparare, a vent’anni, qualsiasi cosa, è molto più facile che non da vecchi (cit. Carlo Bernardini, Nascita di un moderno staff scientifico)”.
Salvini lasciò poi la direzione nel 1960, continuando però a lavorare sia a Frascati, al sincrotrone e poi all’anello di accumulazione ADONE, sia al CERN di Ginevra. Tra il 1966 e il 1970 presiedette l’INFN e nel 1983 fu parte del team internazionale di ricerca che al CERN rilevò i bosoni intermedi W e Z°. Scoperta che assegnò il premio Nobel a Carlo Rubbia.
Cern, excavations begin (1954) - sciencephoto
Edoardo Amaldi fece parte dei Ragazzi di via Panisperna, il gruppo di ricerca che, sotto la guida di Enrico Fermi, ottenne risultati fondamentali nella fisica nucleare. Contribuì poi alla creazione dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), del Centro Europeo di Ricerche Nucleari (CERN) di Ginevra e dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA), ricoprendo per più di 40 anni la cattedra di Fisica sperimentale all'Università la Sapienza di Roma.
“Propugnatori di un’immagine idealizzata del fisico, pronto al sacrificio e all’abnegazione alla pari di un missionario”, furono di certo fra le figure più significative della fisica italiana del XX secolo.
I ricordi di studente riportano alla memoria l’immagine di un altro personaggio fuori dal comune: Giuliano Preparata.
“Primo del suo corso, si laureò nel 1964, summa cum laude, a soli 22 anni”. Diede importanti contributi alla costruzione del Modello Standard, chiarendo la natura di campo quantistico di Dirac del Quark che rappresentò un passo decisivo per l’unificazione elettrodebole.
Un giovane Giorgio Parisi, attualmente uno dei fisici più autorevoli al mondo, appare sullo sfondo di una università romana ricca di talenti e si unisce ai tanti nomi già citati; i suoi interessi lo porteranno verso la meccanica statistica e la teoria dei campi.
Oltre all’aspetto serio, legato agli studi e alla ricerca, fa piacere tener conto di un lato inatteso, più goliardico, che portava questi grandi scienziati a tirarsi delle burle al pari di fanciulli un po’ dispettosi. Al CERN di Ginevra non mancavano certo i contenziosi fra Antonino Zichichi e Carlo Rubbia. La sigla del progetto LAA di Zichichi, a cui prese parte lo stesso Prof. Susinno, venne trasformata da Rubbia nell’acronimo “Leave Antonino Alone”. Si potrebbe dire molto sugli anni trascorsi al CERN di Ginevra, ma ciò che più colpisce è l’assoluta dedizione al lavoro dei giovani scienziati e tecnici italiani; non era insolito lavorare fino alle due/tre di notte. La necessità di dormire passava spesso in secondo piano. Tra fuori orari ripetuti, tra il continuo“stimolare a fare” da parte dei professori, non era poco frequente vedere ragazzi ridotti quasi in lacrime. Ma il desiderio di riuscire e l’impegno non rimanevano senza compensi.
La situazione di oggi è diversa; è stata resa più complicata dall’aumento a dismisura delle conoscenze nel campo della Fisica. Una specializzazione eccessiva e una rigida differenziazione tra la fisica teorica e sperimentale non consente di avere un’ampia visione della materia a differenza del passato; le informazioni sono troppe e viaggiano veloci, riuscire a tenerne il passo diventa estremamente complicato. Se poi si aggiungono delle leggi spudorate che garantiscono fondi in base al numero di studenti promossi ecco che la situazione precipita: “la cultura si abbassa a semplice informazione e per giunta di bassa qualità, lo studente si deresponsabilizza, pensa che il gioco sia facile”. L’intervento dalla platea di un ragazzo porta tutta una serie di quesiti ai quali è difficile rispondere. “Conviene sul serio studiare dando il massimo di sé senza avere nessuna garanzia per il futuro? Si può chiedere a se stessi uno sforzo maggiore per far fronte a un destino incerto o si fa solo la figura degli idioti?”. Adattarsi a fare il gioco sporco, sostituire l’intelligenza e la volontà con la furbizia e l’arrivismo è una tentazione forte. Del resto, una volta c’era l’onesto e incorruttibile Prof. Ageno, titolare del corso di Fisica per Medicina, che ebbe lo spirito di attaccare in bacheca una lettera di raccomandazione senza porsi troppi se o troppi ma. Oggi, in barba ai movimenti del ’68, l’Università è ancora più stretta nei lacci del nepotismo più bieco.
Il Prof. Vena sottolinea che facendo una media tra gli studenti di liceo risulta che quelli che hanno scelto di iscriversi a Fisica di solito sono i più bravi e motivati. Ciò non toglie che la sempre più diffusa mancanza di spirito critico nei ragazzi di oggi è preoccupante, mentre l’invadenza di genitori “iperprotettivi” e un po’ troppo permissivi rende più arduo il compito del docente. “Ma lo scadimento a cui assistiamo quasi impotenti è anche il frutto di una scarsa considerazione della cultura scientifica”; le materie umanistiche sono di gran lunga privilegiate, in ottemperanza a una visione “gentiliana” della scuola che persiste da molti decenni e che forse andrebbe rivista. “Uno scienziato che non ha un’ottima cultura umanistica è un ignorante, un letterato che non sa nulla di scienza è comunque un uomo colto”. Per non parlare dei luoghi comuni diffusi tra la gente e la disinformazione collettiva che pone sullo stesso piano astronomi e astrologhi.  
Da un certo punto di vista e tirando le somme di tutto l’incontro, se ci si limita a fare un confronto fra il prima e il dopo, si rimane quasi con l’amaro in bocca. La vita si sta facendo sempre più difficile, ma non per questo bisogna rinunciare a farsi una cultura e a lottare per il proprio posto nella società. “Un giovane scienziato vale molto più di venti vecchi politici” è una frase che ho sentito pronunciare nel film 2012 e che credo sia molto valida per concludere il resoconto di un bellissimo primo caffè scientifico. 

Lucia Marino