giovedì 29 aprile 2010

Agora

Ringrazio Ermi, per la critica precisa e dettagliata del film "Agora", di Alejandro Amenàbar.

Nel VII libro della “Storia Ecclesiastica” di Socrate Scolastico (V secolo d.C.) si legge: Ipazia, anima della Biblioteca di Alessandria, “era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. A questa celebre figura, vera e propria martire della libertà di pensiero, la cui uccisione da parte dei Cristiani fu definita dagli storici“una macchia indelebile”, si è ispirato il regista Amenabar nella sua Agora: ma chi si aspetta da questo film la celebrazione di questa grande figura, rischia di rimanerne deluso.
L’unica figura che caratterizza Agora è la figura geometrica perfetta, la più perfetta di tutte, il cerchio. E' attorno al cerchio che si animano le raffinate disquisizioni della scuola neoplatonica nata attorno al Serapeo di Alessandria, dove si discute di numeri e stelle, emicicli e moti planetari. Cerchio dove termina la volta del tempio pagano, segnato sulla sabbia (non c'erano le lavagne al tempo), ricomposto dalla schiera di discepoli che gravita attorno alla figura di Ipazia. Ma al di là di geometrie e altissime elucubrazioni - peraltro ampiamente reinventate dagli sceneggiatori, che azzardano un'Ipazia anticipatrice di Galileo e Keplero (che tra l’altro non è l'unica forzatura storica della pellicola), il cerchio è il simbolo ideologico di un'armonia intellettuale ed esistenziale impossibile: perseguita dai fratelli di Ipazia (così lei chiama i suoi studenti), spezzata dai cavernicoli della Fede (così ce li restituisce Amenabar), non importa che siano pagani, ebrei o cristiani. L'assunto ideologico è che la filosofia e il sapere scientifico producono progresso umano, le religioni barbarie. E qui il cerchio si chiude. Lasciando però una voragine di dubbi sul film, peraltro accurato nella bellissima ricostruzione, fotografia smagliante, scene di massa ottimamente orchestrate e riprese, cast diretto mirabilmente, persino ammaliante nella resa scenografica (un mix di location reali e trucchi digitali) e nella scelta dei volti. Rachel Weisz è un'Ipazia impeccabile ma poco credibile, viene risolta nell'icona granitica di un'illuminista. Amenabar ne sacrifica complessità e profilo per ridurla a santino, finzione narrativa da usare per il proprio teorema interpretativo.
Nel film manca il controllo di una scena forse troppo ambiziosa come é il mondo intero. Agora é perfetto nelle sue incursioni nell'Alessandria che fu e nel restituire l'immagine vivida di un'epoca. E si mostra sinceramente addolorato rispetto al tramonto di una cultura sopraffatta dalla violenza. Ma nel voler raccontare quanto l'umanità, presa dalle sue misere beghe, sia cieca e insensibile come un formicaio impazzito, Amenabar sceglie troppe variabili. Il continuo vagare nello spazio, dove Alessandria, e poi la terra tutta, vengono riprese dal cielo, come plastici e sfere, il gioco si fa pesante e a tratti fastidioso. La musica quasi celestiale vuole elevare ma disturba, la macchina da presa corre verso l'alto, ma le emozioni restano terrene. Più che un volo si prova un vuoto d'aria e ci si chiede perché andiamo via? Rappresentato su pellicola con il distacco di un reportage di guerra trasmesso in un notiziario, senza concedere troppi primi piani e senza (purtroppo) offrire un’analisi completa del carattere e delle motivazioni dei personaggi, che rimangono nella maggior parte dei casi solo superficialmente tratteggiati. Con il pregio, però, di non indugiare sulle scene di violenza di cui tanto si abusa in altri film, evitando di spettacolarizzarla gratuitamente.
Originale invece l’inquadratura che ruota e capovolge l’immagine, per rendere l’idea del ribaltamento della situazione, così come le riprese dall’alto delle distruzioni e dei saccheggi. Le figure sullo schermo non sembrano altro che brulicanti formiche. E, forse, è proprio così che gli Dei vedono l’umanità, come minuscoli insetti striscianti sulla faccia del pianeta.
Nel complesso ho trovato il film semplicistico e manicheo. Il problema è nelle intenzioni, che sposta il fuoco sugli intrecci rovinosi di potere spirituale e temporale nello sforzo di trovare una sintesi tra Fede e ragione. La confusione genera facili associazioni: così i cristiani sono solo orde inferocite terrorizzate dalla libertà di pensiero mentre l’elaborazione culturale del tempo viene strozzata e costretta nell'imbuto di una semplice, sordida lotta di potere. Al martirio di Ipazia finisce per mancare l'autentica adesione emotiva perché sull'altare ci finisce l'idea caldeggiata dal film, non la persona. Con buona pace del cerchio di Amenabar, troppo semplice e perfetto per contenere la rognosa complessità della vita.
Agora non è un capolavoro, resta confuso, intellettualistico e hollywoodiano insieme, forse dal regista di The Others e Mare Dentro ci si sarebbe potuto aspettare di più.

Ermi

sabato 24 aprile 2010

The Big Bang Theory



Stavo cercando delle informazioni sul significato esatto della parola Nerd (giusto per capire se io stessa, Peppe o altri blogger possiamo fregiarci di questo appellativo) quando mi imbatto in questa sit-com che riguarda quattro poveri nerd (con la scusa dei sottotitoli in italiano viene proposta come metodo per imparare la lingua inglese).

PS. Alla battuta "l'ingegneria è solamente il fratellino ritardato della fisica....Qualcuno di voi sa come si apre la cassetta degli attrezzi?" ho riso moltissimo...Dio mio, sono una nerd! :(

PPS. Ma i creatori della serie non si saranno mica ispirati al reality show The Beauty and the Geek la cui versione italiana sarebbe La Pupa e il Secchione?

Racconti dalla frontiera quantistica

"I'm dreaming of teaching small children, maybe 4-year-olds, about quantum phenomena...You can't teach them the math, that's quite clear. But you can show them apparatuses or simulate this behavior in a quantum way, just to see what they make out of it. Maybe if you get exposed early, you have a better intuitive grasp." Anton Zeilinger

Ragazzi, in questo momento ho un atteggiamento molto sornione tanto che potrei essere paragonata a un gatto che si lecca lentamente le zampe. Grazie a Zapperz, ho scovato diversi link interessantissimi sulla divulgazione della fisica quantistica (mi spiace soltanto di non averli visti prima...). C'è molto materiale audiovisivo (solo in lingua inglese) e diversi articoli che val la pena di leggere.
Iniziamo con Tales from the quantum frontier pieno zeppo di link che rimandano a diversi articoli pubblicati su Nature (e se volete farvi una cultura sui computer quantistici non potete evitare di dar loro uno sguardo). E passiamo ai video-documentari creati dal Perimeter Institute for Theoretical Physics canadese. Gli stessi autori ci spiegano: "The Quantum Tamers presents the weirdness and wonder of the quantum world in a strikingly original, accessible and engaging visual style. It graphically conveys why quantum physics is so useful and why it holds the key to futuristic information technologies", says Neil Turok, Director of Perimeter Institute. "I think you will find yourself challenged and amazed, just like the scientists themselves. Sharing in their enthusiasm for research, discovery and innovation is part of the fun." (The Quantum Tamers). E, infine, per festeggiare i 50 anni dall'invenzione del laser, l'intervista: Laser pioneer reflects on making Einstein's idea real.

venerdì 23 aprile 2010

"Stampa 2+2"

“Non è possibile programmarlo in Basic”, avevano sentenziato gli ingegneri di Santa Clara. Di lì a poco due ragazzetti di Seattle si sarebbero presi la soddisfazione di smentirli sonoramente.
“Abbiamo il Basic per l’Altair”


E’ una biografia bella, lunga e di facile lettura, quella che mi è stata segnalata da Cla. Ripercorrendo gli albori del personal computer, la nascita del Basic e la fondazione della Microsoft (inizialmente, Micro-Soft) ci racconta soprattutto dell’esperienza di due giovani ventenni, tali Bill e Paul, del loro incontro con Ed Roberts e del curioso circolo dei “ribelli dell’Homebrew Computer Club”, i primi ragazzi digitali (pur non essendo nativi), che furono anche i primi pirati informatici, animati dallo slogan: “il potere del computer al popolo”.
La trovate seguendo il link: Il papà del pc salvato e distrutto da Bill Gates


Immagine tratta da library.thinkquest.org.
"Il modello base dell’Altair consisteva in una scatola di metallo con un mucchio di interruttori e led luminosi sul davanti, 256 bytes di RAM (espandibili a 4K), niente schermo né tastiera. Molto peggio, in buona sostanza, della più banale agendina elettronica dei giorni nostri. Non solo: i dati non potevano essere salvati da nessuna parte – non c’era disco fisso – e il più piccolo errore nella loro imputazione attraverso gli interruttori avrebbe obbligato a ricominciare tutto da capo."

martedì 20 aprile 2010

Segnalazioni

Faccio una breve pausa per segnalarvi questi quattro link:
- Vi prego, salvate la Miosfera che mi è stato segnalato da Cla
- Con il bodyguard alle spalle di Gianluigi
- Non è questo il modo di Peppe
- Rita 101 dedicato al centounesimo compleanno di Rita Levi Montalcini.

domenica 18 aprile 2010

Ipotesi di complotto

...E dacci oggi il nostro complotto quotidiano.



Avete mai camminato in una strada deserta con la spiacevolissima sensazione che da un momento all'altro qualcuno o qualcosa, spuntato fuori da chissà quale meandro oscuro, possa mettervelo in quel posto? Se sì, potete immaginare come ci si sente quando la paranoia prende il sopravvento su qualsiasi altra facoltà intellettiva, portandoci in un nuovo mondo, dove "nulla è come appare".
Di cosa sto parlando? Ma ovviamente della "Segretissima Manipolazione Globale" (cit: Betty Moore, Milena Gabanelli è una di LORO!).
Intanto, non vi sarà sfuggita la notizia che c'è una nuova data per la fine del mondo (mi sa che metterò un test-application per misurare l'indice di gradimento legato ad ogni possibile data). E questa data ce la fornisce un Grande, nientepopodimeno che Leonardo da Vinci, proprio lui! L'uomo che dipinse la Gioconda, piccolo quadro rappresentante una donna (leggermente bruttina) che ogni giorno attrae centinaia di visitatori, che si fermano a fissarla attoniti, chiedendosi: "ma chi sarà mai? E' lui senza barba? E' la moglie di Francesco di Bartolomeo? E' Bianca Sforza? E' sua sorella? ...Non si sa. Certo è che un vero genio si riconosce anche da queste cose, ovvero dalla capacità di predere per fessi tutti, secoli dopo la sua morte, con strani simbolismi sapientemente (quasi) occultati nei suoi quadri, codici, misteri indecifrabili e quant'altro...di sicuro, schiatterebbe dalle risate, se fosse possibile, per una seconda volta.
Comunque, secondo Leonardo (o meglio, secondo alcuni "interpreti") la fine del mondo avverrà a causa di un diluvio universale che inizierà il 21 marzo 4006 e terminerà il primo novembre dello stesso anno.
Ma il genere umano rischia ben altro. E come ci ricorda Betty, ci sono persone, "coraggiosi ricercatori indipendenti", blogger nella maggioranza dei casi, che "vegliano" (da intendere alla lettera) mentre noi dormiamo.
Ci sono eserciti del web che si scontrano quotidianamente in una sorta di faida tra guelfi e ghibellini; da un lato, gli indagatori dell'incubo, dall'altro i portatori di good news. Da una parte, i difensori del Sistema che lega assieme Cicap, Governi, Nasa, Cia, Stato Vaticano e Massoneria, dall'altra, i rimanenti.
La polemica è ancora in atto, basta guardarsi un pò in giro per rendersene conto, e possibilmente, senza farsi trascinare dal vortice di follia.

Altra notizia: "il livello di moralità di una società è direttamente proporzionale al suo progresso scientifico". Mi sembra abbastanza scontato che la scienza aiuti a superare certi pregiudizi però, questo articolo, proposto da Zapperz, mi lascia un pò perplessa. Il rapporto tra scienza e etica, tra progresso civile e moralità dei costumi non è una questione banale che può essere liquidata in poche battute dal vago sapore di luogo comune. Pensateci. Come può essere definita la Scienza? Morale, immorale o amorale? Notate che immorale e amorale non hanno lo stesso significato.

Infine, pochi giorni fa si è concluso l'evento di "Comunicare Fisica 2010". Per sapere di cosa si tratta basta fare un giro nei blog protagonisti della sezione dedicata appunto ai blogger che si impegnano nella divulgazione della Scienza e, in particolar modo, della Fisica. Ne cito solo alcuni:
- Science Backstage
- Gravità Zero
- Rangle
- Keplero
- Scientificando.
E, a proposito di Fisica, vi segnalo questo articolo: Revisiting the Einstein-Bohr Dialogue (magari più in là ne parleremo).
E per oggi credo che basti. Alla prossima!

giovedì 15 aprile 2010

QUELLI CHE..."PERCHE' NON VAI ALL'ESTERO?"

Non è così, questo non è una normale circolazione di persone tra i vari paesi, questo è un esodo: qual è l’illuminato progetto, far diventare il Belpaese un mega villaggio vacanze per studenti e pensionati?

Le considerazioni che seguono sono dedicate a tutte le vecchie e meno vecchie conoscenze che, come ha ben descritto Lucia nell'ultimo post, appena ti incontrano quasi prima di dirti "Ciao" chiedono "Che fai?". Sentendosi poi rispondere che dalla condizione di precariato sei passata a quella stabile di disoccupata e anche se questa asciutta risposta non è accompagnata da pianti greci né richiesta di consigli, si sentono in dovere di pronunciare l'inesorabile sentenza "Eh, ma perché non te ne vai all'estero?".
Come ha scritto il grande Fabrizio De Andre', "Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio"
Analizziamo le categorie di coloro che pronunciano la fatidica frase sull'espatrio: molto spesso trattasi di persone che hanno fatto lo stesso tipo di studi del malcapitato interlocutore e
1) hanno un'età diversa (o molto più grandi o con pochi anni in più uniti a un po' di fortuna) e trovato sistemazione nella loro terra, la stessa dalla quale ti invitano a fuggire. Magari hanno anche avuto l'opportunità di fare un'esperienza all'estero per un periodo, ma sono tornati senza esitazioni. A volte dicono di rimpiangere di non essere rimasti fuori, ma pur avendo la possibilità di cambiare vita e trasferirsi oltre confine restano dove sono
2) sono coetanei anche loro in condizione di precarietà e che cercano di trovare soluzioni diverse dall'espatrio, però lo suggeriscono agli altri nella speranza di ridurre il numero di concorrenti sulla piazza
Poi c'è chi appartiene a mondi e generazioni diverse e
1) cita come esempio a sostegno della propria tesi la storia dei propri figli o dei figli di qualche conoscente che si sono sistemati all'estero, essendo partiti insieme ad un compagno/a con il/la quale condividere le gioie e affrontare insieme le difficoltà della vita
2) non conosce, per mancanza di occasioni o di interesse alla realtà circostante, la situazione di molti della mia generazione, e pur vivendo in Italia e anche senza avere particolari problemi, ha assorbito quello che è diventato lo slogan irrinunciabile: "L'Italia è un paese allo sfascio e i giovani più preparati devono andarsene via".
Per giustizia, rendo atto dell'esistenza di una residua percentuale di persone che, siano esse rimaste nella loro terra o emigrate per altri lidi, sono consapevoli delle implicazioni e dei risvolti di questa scelta e non banalizzano il problema.
La maggior parte della gente ha invece questa irrefrenabile necessità di dire la sua, specialmente sulla vita degli altri, ma non ha alcuna intenzione di ascoltare le ragioni del proprio interlocutore per un costruttivo scambio di opinioni. Queste esigenze sono magnificamente soddisfatte pronunciando la frase fatale "Perché non te ne vai all’estero? ", che sembra una grande verità basata su una profonda conoscenza del mondo e suona un po' come "levati dalle palle, please". Per quanto riguarda gli interlocutori con alto livello di istruzione, mi aspetterei che lo studio li avesse aiutati a sviluppare una certa profondità di analisi delle situazioni e degli eventi, invece il richiamo dello slogan è irresistibile.
Quando ero una laureanda - e sono passati ormai sette anni dalla mia laurea - e poi durante il dottorato mi veniva detto che lavorare in gruppi diversi e fare esperienze anche all'estero era essenziale per chi fa ricerca, permetteva di rientrare poi più preparati e competitivi. Trovavo interessante percorrere queste tappe di arricchimento umano e professionale, e seguendo questa filosofia ho colto senza esitazioni l'opportunità di un'esperienza "fuori porta", ma ecco il repentino cambio di scenario. Sim-sala-bim. Stare fuori per uno-due-tre-n anni non basta più, il trasferimento deve essere a tempo indeterminato. Di colpo sono sparite le possibilità anche di precariato, non c'è più futuro, a prescindere dalla qualità della propria preparazione.
Appartengo ad una terra segnata dall'eterna condanna dell'emigrazione e sono cresciuta con la convinzione che la libertà di scegliere dove costruire il proprio futuro potesse essere conquistata grazie allo studio; è destabilizzante ritrovarsi nella condizione attuale, con l'aggravante di sapere l'Italia in mano ad una classe politica desolante. Che senso ha avuto studiare con impegno, entusiasmo e sacrificio e ottenere con ottimi risultati i famosi "titoli di studio" se poi non si ha neanche la libertà di scelta?
La classe dirigente come al solito ribalta la realtà: anziché operare per invertire la rotta e offrire opportunità ai giovani, dice che ormai il mondo non ha confini e quindi è normale spostarsi. Ma, per esempio, è credibile forse che per x laureati calabresi che emigrano in Europa ci saranno x laureati europei che si trasferiscono in Calabria? E il discorso vale per la Calabria come per l’Italia intera. Non è così, questo non è una normale circolazione di persone tra i vari paesi, questo è un esodo: qual è l’illuminato progetto, far diventare il Belpaese un mega villaggio vacanze per studenti e pensionati?
Perché l'unica via di salvezza per chi ha una buona preparazione deve essere lasciare il paese che, nonostante i suoi difetti, ha saputo offrirci una buona formazione culturale e professionale? Spesso si cita tra i mali della società italiana l'assenza di meritocrazia nel mondo del lavoro, ma se si estende l'analisi si può osservare come lo stesso problema esista a scuola e all'università. La prossima frontiera sarà esortare tutti gli studenti a trasferirsi all'estero?
Mi ha sempre dato fastidio l’idealizzazione dei luoghi lontani, di altre città o paesi, come se fossero migliori per virtù divina; mi ricorda una tipica espressione degli emigrati calabresi del dopoguerra, che riferendosi alla Germania o agli Stati Uniti dicevano "là non è come qua". Ogni paese ha certamente una storia diversa alle spalle e non tutti offrono le stesse possibilità, ma qualunque società può progredire grazie al contributo delle persone e certo agli italiani non mancano le qualità per operare bene.
Dire che conviene andare all’estero perché la qualità della vita è migliore e si guadagna di più a parità di qualifica professionale è una maniera incompleta di affrontare il tema. Vogliamo considerare che non per tutti prendere da soli una valigia, trapiantarsi SOLI da un’altra parte del mondo sia il sogno della vita? Possiamo avere il diritto alla varietà e cercare ciascuno la meta che più si addice alla propria personalità e alle proprie priorità? Qui non si parla del fascino di una vacanza, dell'esplorazione di mondi diversi con lo spirito del viaggiatore, qui si tratta di andare a vivere in un posto per lavorare. E’ inutile negare che viviamo in un'epoca individualista, si può avere la fortuna di trovare una piccola realtà accogliente, ma è molto probabile ritrovarsi invischiati in una solitaria e alienante quotidianità. Questo spesso accade anche a casa propria, ma per alcuni diventa difficile sopportare la solitudine quando anche abitudini lingua paesaggi sapori clima profumi sono diversi da quelli della propria terra. E' per questo motivo che partire in due è già una cosa molto diversa, è una scelta condivisa, è costruire il proprio futuro con qualcuno che ovunque tu ti trovi è la tua "casa", il tuo riferimento, e con te affronta una realtà e una vita nuova.
Innumerevoli circostanze possono influire sulle scelte e il cammino di una persona, c’è chi desidera andar via, animato da forti ambizioni professionali o per ragioni personali, e chi non intende partire per nessuna ragione al mondo. Altri ancora non hanno un pregiudizio al riguardo, ma non essendosi verificate circostanze favorevoli ad un trasferimento (a volte è un incontro ispiratore, ma ci sono mille esempi di opportunità offerte dal caso), trovano naturale cercare opportunità di lavoro nel proprio paese e contribuire così alla sua crescita. Infine ci sono quelli che sono andati fuori e poi non hanno trovato quello che cercavano e hanno cambiato destinazione o sono tornati indietro alla ricerca dell'equilibrio desiderato tra aspetto lavorativo e umano. Ognuno ha una storia diversa e una legittima aspirazione che merita rispetto e non giudizi affrettati.
Una volta ad una mia collega israeliana è stato chiesto come mai preferiva cercare un lavoro nel suo paese piuttosto che scegliere nel mondo un altro luogo libero da conflitti così laceranti. Lei, che conosce i limiti della sua terra ma apprezza molto ciò che può offrirle, ha risposto "Purtroppo ho solo una vita a disposizione e il mondo è tanto grande, potrei non trovare mai il posto ideale per me"
Quindi, gentili vecchie e meno vecchie conoscenze, quando incontrate qualcuno che dopo tanti sacrifici, tanto studio e lavoro precario non trova un lavoro, state sicuri che ha profondamente riflettuto, che probabilmente si tormenta ogni giorno alla ricerca di una soluzione, si interroga sulle strade che può percorrere e non è matto né scioccamente testardo se insiste a cercare un'alternativa al biglietto aereo di sola andata.

Cla