giovedì 15 aprile 2010

QUELLI CHE..."PERCHE' NON VAI ALL'ESTERO?"

Non è così, questo non è una normale circolazione di persone tra i vari paesi, questo è un esodo: qual è l’illuminato progetto, far diventare il Belpaese un mega villaggio vacanze per studenti e pensionati?

Le considerazioni che seguono sono dedicate a tutte le vecchie e meno vecchie conoscenze che, come ha ben descritto Lucia nell'ultimo post, appena ti incontrano quasi prima di dirti "Ciao" chiedono "Che fai?". Sentendosi poi rispondere che dalla condizione di precariato sei passata a quella stabile di disoccupata e anche se questa asciutta risposta non è accompagnata da pianti greci né richiesta di consigli, si sentono in dovere di pronunciare l'inesorabile sentenza "Eh, ma perché non te ne vai all'estero?".
Come ha scritto il grande Fabrizio De Andre', "Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio"
Analizziamo le categorie di coloro che pronunciano la fatidica frase sull'espatrio: molto spesso trattasi di persone che hanno fatto lo stesso tipo di studi del malcapitato interlocutore e
1) hanno un'età diversa (o molto più grandi o con pochi anni in più uniti a un po' di fortuna) e trovato sistemazione nella loro terra, la stessa dalla quale ti invitano a fuggire. Magari hanno anche avuto l'opportunità di fare un'esperienza all'estero per un periodo, ma sono tornati senza esitazioni. A volte dicono di rimpiangere di non essere rimasti fuori, ma pur avendo la possibilità di cambiare vita e trasferirsi oltre confine restano dove sono
2) sono coetanei anche loro in condizione di precarietà e che cercano di trovare soluzioni diverse dall'espatrio, però lo suggeriscono agli altri nella speranza di ridurre il numero di concorrenti sulla piazza
Poi c'è chi appartiene a mondi e generazioni diverse e
1) cita come esempio a sostegno della propria tesi la storia dei propri figli o dei figli di qualche conoscente che si sono sistemati all'estero, essendo partiti insieme ad un compagno/a con il/la quale condividere le gioie e affrontare insieme le difficoltà della vita
2) non conosce, per mancanza di occasioni o di interesse alla realtà circostante, la situazione di molti della mia generazione, e pur vivendo in Italia e anche senza avere particolari problemi, ha assorbito quello che è diventato lo slogan irrinunciabile: "L'Italia è un paese allo sfascio e i giovani più preparati devono andarsene via".
Per giustizia, rendo atto dell'esistenza di una residua percentuale di persone che, siano esse rimaste nella loro terra o emigrate per altri lidi, sono consapevoli delle implicazioni e dei risvolti di questa scelta e non banalizzano il problema.
La maggior parte della gente ha invece questa irrefrenabile necessità di dire la sua, specialmente sulla vita degli altri, ma non ha alcuna intenzione di ascoltare le ragioni del proprio interlocutore per un costruttivo scambio di opinioni. Queste esigenze sono magnificamente soddisfatte pronunciando la frase fatale "Perché non te ne vai all’estero? ", che sembra una grande verità basata su una profonda conoscenza del mondo e suona un po' come "levati dalle palle, please". Per quanto riguarda gli interlocutori con alto livello di istruzione, mi aspetterei che lo studio li avesse aiutati a sviluppare una certa profondità di analisi delle situazioni e degli eventi, invece il richiamo dello slogan è irresistibile.
Quando ero una laureanda - e sono passati ormai sette anni dalla mia laurea - e poi durante il dottorato mi veniva detto che lavorare in gruppi diversi e fare esperienze anche all'estero era essenziale per chi fa ricerca, permetteva di rientrare poi più preparati e competitivi. Trovavo interessante percorrere queste tappe di arricchimento umano e professionale, e seguendo questa filosofia ho colto senza esitazioni l'opportunità di un'esperienza "fuori porta", ma ecco il repentino cambio di scenario. Sim-sala-bim. Stare fuori per uno-due-tre-n anni non basta più, il trasferimento deve essere a tempo indeterminato. Di colpo sono sparite le possibilità anche di precariato, non c'è più futuro, a prescindere dalla qualità della propria preparazione.
Appartengo ad una terra segnata dall'eterna condanna dell'emigrazione e sono cresciuta con la convinzione che la libertà di scegliere dove costruire il proprio futuro potesse essere conquistata grazie allo studio; è destabilizzante ritrovarsi nella condizione attuale, con l'aggravante di sapere l'Italia in mano ad una classe politica desolante. Che senso ha avuto studiare con impegno, entusiasmo e sacrificio e ottenere con ottimi risultati i famosi "titoli di studio" se poi non si ha neanche la libertà di scelta?
La classe dirigente come al solito ribalta la realtà: anziché operare per invertire la rotta e offrire opportunità ai giovani, dice che ormai il mondo non ha confini e quindi è normale spostarsi. Ma, per esempio, è credibile forse che per x laureati calabresi che emigrano in Europa ci saranno x laureati europei che si trasferiscono in Calabria? E il discorso vale per la Calabria come per l’Italia intera. Non è così, questo non è una normale circolazione di persone tra i vari paesi, questo è un esodo: qual è l’illuminato progetto, far diventare il Belpaese un mega villaggio vacanze per studenti e pensionati?
Perché l'unica via di salvezza per chi ha una buona preparazione deve essere lasciare il paese che, nonostante i suoi difetti, ha saputo offrirci una buona formazione culturale e professionale? Spesso si cita tra i mali della società italiana l'assenza di meritocrazia nel mondo del lavoro, ma se si estende l'analisi si può osservare come lo stesso problema esista a scuola e all'università. La prossima frontiera sarà esortare tutti gli studenti a trasferirsi all'estero?
Mi ha sempre dato fastidio l’idealizzazione dei luoghi lontani, di altre città o paesi, come se fossero migliori per virtù divina; mi ricorda una tipica espressione degli emigrati calabresi del dopoguerra, che riferendosi alla Germania o agli Stati Uniti dicevano "là non è come qua". Ogni paese ha certamente una storia diversa alle spalle e non tutti offrono le stesse possibilità, ma qualunque società può progredire grazie al contributo delle persone e certo agli italiani non mancano le qualità per operare bene.
Dire che conviene andare all’estero perché la qualità della vita è migliore e si guadagna di più a parità di qualifica professionale è una maniera incompleta di affrontare il tema. Vogliamo considerare che non per tutti prendere da soli una valigia, trapiantarsi SOLI da un’altra parte del mondo sia il sogno della vita? Possiamo avere il diritto alla varietà e cercare ciascuno la meta che più si addice alla propria personalità e alle proprie priorità? Qui non si parla del fascino di una vacanza, dell'esplorazione di mondi diversi con lo spirito del viaggiatore, qui si tratta di andare a vivere in un posto per lavorare. E’ inutile negare che viviamo in un'epoca individualista, si può avere la fortuna di trovare una piccola realtà accogliente, ma è molto probabile ritrovarsi invischiati in una solitaria e alienante quotidianità. Questo spesso accade anche a casa propria, ma per alcuni diventa difficile sopportare la solitudine quando anche abitudini lingua paesaggi sapori clima profumi sono diversi da quelli della propria terra. E' per questo motivo che partire in due è già una cosa molto diversa, è una scelta condivisa, è costruire il proprio futuro con qualcuno che ovunque tu ti trovi è la tua "casa", il tuo riferimento, e con te affronta una realtà e una vita nuova.
Innumerevoli circostanze possono influire sulle scelte e il cammino di una persona, c’è chi desidera andar via, animato da forti ambizioni professionali o per ragioni personali, e chi non intende partire per nessuna ragione al mondo. Altri ancora non hanno un pregiudizio al riguardo, ma non essendosi verificate circostanze favorevoli ad un trasferimento (a volte è un incontro ispiratore, ma ci sono mille esempi di opportunità offerte dal caso), trovano naturale cercare opportunità di lavoro nel proprio paese e contribuire così alla sua crescita. Infine ci sono quelli che sono andati fuori e poi non hanno trovato quello che cercavano e hanno cambiato destinazione o sono tornati indietro alla ricerca dell'equilibrio desiderato tra aspetto lavorativo e umano. Ognuno ha una storia diversa e una legittima aspirazione che merita rispetto e non giudizi affrettati.
Una volta ad una mia collega israeliana è stato chiesto come mai preferiva cercare un lavoro nel suo paese piuttosto che scegliere nel mondo un altro luogo libero da conflitti così laceranti. Lei, che conosce i limiti della sua terra ma apprezza molto ciò che può offrirle, ha risposto "Purtroppo ho solo una vita a disposizione e il mondo è tanto grande, potrei non trovare mai il posto ideale per me"
Quindi, gentili vecchie e meno vecchie conoscenze, quando incontrate qualcuno che dopo tanti sacrifici, tanto studio e lavoro precario non trova un lavoro, state sicuri che ha profondamente riflettuto, che probabilmente si tormenta ogni giorno alla ricerca di una soluzione, si interroga sulle strade che può percorrere e non è matto né scioccamente testardo se insiste a cercare un'alternativa al biglietto aereo di sola andata.

Cla

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