giovedì 8 ottobre 2009

Paranoia e privacy: The dark side of the net


Tratto da 100spiare

“Amico carissimo non vorrei mai essere cagione del tuo dolore più profondo perciò ti dico solo questo: “certi fatti tienteli per te!”

Ricordo, come se si trattasse soltanto dell’altro ieri, l’assurda paranoia di un mio collega. Se ne stava lì, davanti lo schermo del suo pc, teso come una corda di violino…guai a sopraggiungere alle sue spalle all’improvviso e senza invito, di certo, si sarebbe innescata una pericolosa reazione.
“Che fate? Mi state spiando?”, accusava lui, con uno sguardo che sapeva tanto di “ti caccio la vita se non te ne vai immediatamente”. A volte, era pericoloso perfino salutarlo e chiedergli: “come stai?...che fai di bello?”. Una volta, quando ero più giovane e sprezzante del pericolo gli posi queste due semplici domande (mentre era davanti al pc…probabilmente stava navigando) e la risposta che mi diede ve la lascio solo immaginare. Insomma, costui vedeva impiccioni ovunque, una volta me lo disse anche chiaramente che era convinto che lo spiassi e che “la cosa gli dava immensamente fastidio”. Cosa avessi fatto per meritarmi quell’accusa non l’ho mai saputo, fatto sta che quando vidi il suo nome su “faccialibro” avrei voluto rinfacciarglielo e chiedergli se per caso non si sentisse un po’ fuori luogo (se non fuori di testa) nel regno degli spioni e degli spiati per eccellenza o quantomeno, un tantino incoerente. Fine dell’incipit, in realtà il mini-racconto mi è venuto in mente mentre leggevo questo articolo su Repubblica, si tratta infatti di una sorta di flashback, tipo quelli che investivano il protagonista del romanzo Alla ricerca del tempo perduto.
Detto in poche parole, noi, poveri navigatori, siamo stati spiati per sette anni…ben altra cosa rispetto al fugace occhieggiare del nostro vicino di scrivania. "Chiunque tra il 2001 e l'inizio del 2008 abbia usato internet deve sapere che tre tra i maggiori fornitori di accesso del paese (Telecom Italia, Vodafone e H3g) tre compagnie di telecomunicazione, hanno registrato tutto il traffico da mobile di quegli anni….”. L’autore dell’articolo ci spiega che esisteva (si spera che non esista più) un complesso sistema di immagazzinamento dei nostri dati, ovvero: indirizzi url delle pagine visitate (intendo tutte…anche quelle un po’ “compromettenti”), i nostri discorsi in chat, le password che utilizzavamo per entrare nella nostra mail e anche i codici di accesso bancari, se non sufficientemente protetti. In poche parole, un “grande fratello digitale”. Un altro articolo che ho letto subito dopo riporta un’intervista fatta a un hacker di professione. Riassumendo un po’ viene fuori che è sufficiente avere nome, cognome ed indirizzo email di una persona per poter scovare un bel po’ di informazioni grazie ai motori di ricerca (il passo successivo è quello di scoprire il nickname usato nei forum o nei social network). Sembra abbastanza ovvio che più si usa la rete più ci si espone. Offriamo i nostri dati su un piatto d’argento frequentando social network, blog e forum e molto spesso “esageriamo” (beh qualche informazione potremmo anche fare a meno di divulgarla). Come ci spiega Claudio Agosti: “una volta commesso l'errore, potremmo trovarci nella situazione di non poterlo correggere: i motori di ricerca non conoscono oblio.”.

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