mercoledì 21 ottobre 2009

La comunicazione scientifica tra realtà e sensazionalismi

E' un dato di fatto che il linguaggio scientifico si trova spesso agli antipodi rispetto al linguaggio adottato dai giornalisti. Il linguaggio scientifico è estremamente lento, a volte ostico e formalmente impersonale. Il linguaggio del giornalista è invece semplice, veloce e attuale, molto più vicino al linguaggio comune e molto spesso ricco di retorica e considerazioni personali. Il giornalista evoca emozioni (fa parte del suo mestiere) lo scienziato no.

Accade non di rado che i quotidiani, i telegiornali, le trasmissioni televisive e radiofoniche, nel momento in cui comunicano i risultati di una ricerca scientifica, peccano di troppa superficialità. Il linguaggio specifico e la descrizione precisa dei vari aspetti della ricerca vengono sacrificati al gusto tutto giornalistico di proporre al pubblico uno scoop di facile comprensione, incredibilmente sensazionalistico e quindi non esente da errori di forma e contenuti. Gli scienziati stessi, nella maggioranza dei casi, rimangono delusi dalla "traduzione" operata dai media e sebbene comprendano perfettamente che la comunicazione di una qualsiasi scoperta scientifica non sia affatto una cosa ovvia e semplice da fare, si aspetterebbero lo stesso un minimo di cura in più nei dettagli (nei quotidiani si scade molto spesso nelle fregnacce ma purtroppo, anche le riviste di settore dalle quali ci si aspetterebbe un minimo in più di rigore peccano di credibilità...vedi i precedenti post su moscerini e monopoli magnetici e l'altra notizia del piccolo buco nero creato in laboratorio che forse sarebbe stato più corretto definire "corpo nero").
Questo è uno dei motivi per cui si sta facendo avanti la figura del giornalista scientifico (ci sono diversi master formativi, quello della Sissa di Trieste è uno dei più accreditati). Rimane fortemente indubbio che per quanto i mass media banalizzino la complessità di un lavoro, i ricercatori stessi, sebbene specialisti del settore, si lascino oltre modo influenzare dal rumore offerto dai media stessi. Una ricerca di alcuni anni fa ha dimostrato che i lavori scientifici apparsi sul "New York Times" erano anche i più citati dagli specialisti (Phillipps et al., New England Journal of Medicine, 325, 1991: 1180-1183)*.

A volte, e questo ritengo che sia un gravissimo errore, i media sono stati utilizzati per annunciare nuovi risultati prima ancora che venissero pubblicati su riviste di settore ed eventualmente analizzati dall'occhio critico di altri "esperti", un esempio di questo è stato dato dalla "fusione fredda"*, che si ritrova ancora adesso nella situazione di scadere in facili sensazionalismi (vedi le ultime novità proposte dal prof. Arata) correndo il rischio di rendere meno credibile la cosa (non sono nè a favore nè contro chi sostiene questa teoria dato che non ho le basi per poter esprimere un qualsiasi giudizio in proposito, posso però analizzare gli errori che sono stati commessi nella "divulgazione").
Il problema è che a volte, i ricercatori stessi strizzano l'occhio al sensazionalismo tipicamente giornalistico (il più delle volte per motivi "pecuniari") e in qualche occasione arrivano all'estremo di "manipolare" i dati (vedi il caso del dott. Suk Hwang, famoso esperto nel campo della clonazione, del prof. J. Sudbo o del dott. Jan Hendrik Schön). Si tratta di comportamenti inammissibili (quasi da crocifissione a testa in giù) ma che si possono spiegare (senza comunque giustificarli) alla luce dei grossissimi interessi economici che rami di ricerca come la genetica e la biomedicina possono suscitare. Non dimentichiamo che in questi casi, l'opinione pubblica gioca un ruolo da protagonista, difficilmente sfuggono le ultime novità sulla ricerca contro il cancro oppure (vedi l'ultimo nobel per la medicina) i progressi della lotta anti-età.

Accade quindi sempre più spesso che gli istituti di ricerca tendano a seguire le regole del marketing cedendo alla tentazione di comunicati stampa su ricerche non ancora complete (che potrebbero essere soggette a correzioni se non a smentite) ma che a volte promettono una facile vendibilità e ricadute sulle quotazioni in borsa. E' evidente il nesso tra ricerca ed economia in ambito medico-farmaceutico, un pò meno forse in altri settori. E' un pò difficile immaginare le ricadute sui titoli in borsa causate dall'accensione dell'LHC (magari ci sono state anche una serie di fluttuazioni degli indici di Wall Street quando si è paventato il rischio di buco nero ergo distruzione globale...).

Ma c'è soprattutto da chiedersi se questa nuova figura di scienziato che sappia anche vendersi al mercato non racchiuda in sè diversi rischi che vanno ben al di là di ragioni meramente dialettiche. In una società come la nostra, che opera grossi tagli nella ricerca e nella formazione, spingere fortemente verso la figura di ricercatore-manager-imprenditore non può portare con sè il rischio di una "bastardizzazione" della ricerca e del sapere scientifico, sacrificando il merito e il lavoro di coloro che non fanno scoperte immediatamente spendibili?

Fonti: **Y. Castelfranchi, N.Pitrelli, Come si comunica la scienza?, Ed. Laterza.
Scientific misconduct


Immagine tratta da scienceblogs.com

6 commenti:

  1. Ho dato anche io la notizia su Science Backstage, ma nelle mie considerazioni mi sono tenuto ben in guardia dal parlare di buco nero prodotto in laboratorio.

    Comunque sono considerazioni completamente condivisibili,

    Saluti,
    Gianluigi

    P.S.: per ora ho "resistito" a qualsivoglia master, ma se continua così, mi sa che qualcosa in questo senso devo farla...

    RispondiElimina
  2. Non so se consigliarti la strada del master...come preparazione culturale possono dare molto ma non assicurano di certo l'impiego...

    A presto,
    Lucia

    RispondiElimina
  3. Ripasso per ringraziarti dei complimenti!

    Gianluigi!

    RispondiElimina
  4. I peggiori articoli di "informazione" scientifica (aboliamo la parola divulgazione che è orrenda) li ho trovati, mai firmati, sulla pagina web del Corriere della Sera. Ma chi cavolo li scrive ?

    RispondiElimina
  5. @Peppe
    un giornalista incompetente in materia e che sa benissimo di esserlo (credo che la firma manchi per questo motivo)...cmq non credo che sia colpa sua. Per quanto riguarda la parola "divulgazione" e il verbo "divulgare" sono perfettamente d'accordo con te, infatti pensavo di specificare nel post che è meglio parlare di "comunicazione" scientifica piuttosto che di "divulgazione"...non so perché ma di solito (non sempre) sono le persone un pò troppo piene di loro stesse che abusano della parola divulgazione...non trovi?...

    RispondiElimina