lunedì 21 settembre 2009

Generazioni


Mi accingo a scrivere un post un pò atipico. Atipico perché di solito non affronto questi argomenti e fino a ieri, non ero assolutamente disposta a cimentarmi.
Ci proverò adesso, tentando di dare un mio modestissimo parere.
Ebbene, in questi strani giorni, sentiamo parlare di crisi economica, precariato, crisi della scuola, dell'università, della ricerca...ecc.ecc. Si scrive, si parla, ognuno a proposito o a "sproposito", a seconda della propria "conoscenza dell'argomento", in base ai propri ideali (politici) e al proprio vissuto. C'è qualcos'altro? Direi di sì. E questo qualcos'altro lo chiamerei sensibilità (attenzione! Non mi riferisco a quella patologia che fa piangere davanti la tv, durante la scena topica di una telenovela...mi riferisco a ben altro).
Allora, giravo su Youtube alla ricerca di vecchi documentari e talk show riguardanti gli ultimi moti studenteschi, quelli dell'Onda, tanto per intenderci. Ho trovato questi video, postati due mesi fa, tratti da Gap - Generazioni alla prova - trasmissione di Rai Educational condotta da Benedetta Rinaldi e trasmessa su Rai3, in tarda serata? (beh...i programmi "Educational" si trasmettono quasi sempre in tarda serata, un pò come i film splatter o erotici, per evitare la visione da parte di un pubblico di minori).
Si tratta di una intervista surreale e di un "confronto generazionale": un prof universitario sessantenne da un lato e dei giovani studenti ventenni dall'altro.

Il tema è anche il '68, l'anno della rivoluzione, l'anno che una buona parte dei nati negli anni ottanta (come me, del resto) avrebbe voluto vivere, di cui ne sente continuamente parlare, avvolto da una luminosa aura, decantato ma anche criticato.
Dove sta il surreale di una intervista del genere? Sta già nella prima domanda della presentatrice: "voi del '68, non vi sentite un pò responsabili della situazione attuale?" Risposta dell'intervistato: "e perché mai?.... ".
Probabilmente è vero che le grandi rivolte o rivoluzioni non si fanno mai per le generazioni future bensì per migliorare il presente (anche se la frase: "combattiamo per il bene dei nostri figli", viene spesso ripetuta in situazioni del genere...ma...posso anche accettare che ci sia una ipocrisia di fondo in tale affermazione). Sulla "non influenza" degli episodi passati sul futuro non saprei che dire. Affermare che il futuro è figlio del presente e nipote del passato è sicuramente banale. Ma nel momento in cui si afferma la non esistenza del futuro (che ancora non è in atto) non si può certo parlare di una sicura esistenza del presente. Il presente dura troppo poco, è un effimero istante, a differenza del passato che invece può essere definito, studiato e compreso più agevolmente...ma mi rendo conto che questa è solo filosofia!
Non si arriva da nessuna parte parlando di colpe risalenti alla bellezza di 40 anni fa e non si possono mettere a confronto due epoche distinte, a maggior ragione, se come dice il professore, la prima epoca in questione si è chiusa con un fallimento degli intenti e delle speranze. Allora, che se ne parla a fare?
Una cosa però mi ha fatto veramente male. E' una parte della trasmissione dove prende la parola uno studente, questo è il link.
Lo studente afferma che la differenza sostanziale fra i moti degli anni 60 e 70 e quelli odierni, rappresentati dall'Onda, sta nel fatto che "in quegli anni si lottava per un cambiamento", mentre adesso, dato che i giovani di oggi sono molto più "reazionari" si combatte affinché non cambi niente. Questa cosa non è assolutamente vera, si potrebbe affermare piuttosto che si combatte affinché una situazione già degenere non peggiori ulteriormente.
Dove stanno queste riforme? Consisterebbero in tagli e in confusi progetti di riformare il reclutamento dei professori e dei ricercatori? Sarebbe questo il grande cambiamento?
Mi si accappona la pelle quando si dà del reazionario a chi si oppone a tutto questo.
Un'altra affermazione sulla quale non sono d'accordo è questa:"solo uno stato totalitario può dare la sicurezza del futuro....", parole del prof. e poi:"il problema è che queste generazioni rincorrono un tipo di sistemazione sociale che era vera in altri tempi e non è più vera ora..." e ancora:"ho fatto il fisico...come facevo mai a sapere che mi sarei interessato di teletrasporto...".
Ma il problema sta nel fatto che oggi il fisico non fa più il fisico. Può andare a lavorare nelle fabbriche come nei call center. La stessa cosa vale per gli architetti (c'è l'esempio di un mio collega blogger, laureato in architettura che lavora in un call center a Bologna). Una delle bidelle della scuola dove insegnava mia madre era laureata. E di casi simili ce ne sono sempre di più. Non si tratta di avere la certezza del futuro, chi è che vuole sapere con esattezza dove e per chi andrà a lavorare e quando schiatterà. Una cosa soltanto non si dovrebbe mai verificare in uno stato democratico (perché questo sarebbe invece tipico di uno stato totalitario): i titoli di studio superiore non devono essere svalutati.
Che razza di mercato del lavoro richiede lauree per fare i centralinisti e pulire "cessi"? questo significherebbe che di "libertà" ne abbiamo fin troppa?
Giusto per mettere il dito nella piaga, una questione che il '68 ha lasciato in sospeso c'è (ne esistono anche altre, ma mi soffermo su questa...e che nessuno mi venga a dire che l'unico merito del '68 è stato "la liberalizzazione dei costumi") e si tratta delle baronie universitarie. Quel problema in effetti, non è stato ancora risolto ma, spero venga visto come un work in progress e non come una sconfitta definitiva (a questo non ci credo, nemmeno se me lo dice un ex-attivista sessantottino).
Perciò non lasciamoci prendere dallo sconforto e cerchiamo di affrontare i problemi di oggi con una maggiore consapevolezza, facendo attenzione a non cadere in facili affermazioni che non ci appartengono, ma che ci vengono propinate dall'alto e dalla TV con un condimento di banalità di cui faremmo volentieri a meno.
Per ora siamo "precari momentaneamente occupati in altro...", in futuro, lavoreremo per prenderci i posti che ci spettano.

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