martedì 7 luglio 2009

Chi è più geniale, lo scienziato o l’artista?




E’ una domanda ricorrente, posta soprattutto da coloro i quali hanno scelto la via degli studi umanistici. E’ una domanda che apre la via ad un discorso molto ampio e in alcuni casi molto banale. Alcuni letterati hanno la strana abitudine di paragonare le grandi menti. Einstein era un genio? Ma era un genio o era una persona normale che ha studiato tanto….L’appellativo di genio non si dovrebbe usare solo nei confronti di chi dipinge le cappelle sistine, di chi compone musica sinfonica o di chi scrive una Divina Commedia?... Non so se avete mai incontrato persone che ragionano in questo modo, io sì, e la discussione rischia di degenerare nel quasi litigio. Le argomentazioni sono fastidiose, e volte essenzialmente a sminuire il sapere scientifico.
Il poeta o il pittore, rapiti da una estasi creativa, pervasi da quello che lo stesso D’Annunzio definiva come "fuoco", creano le loro opere...ma, in fondo, quando Newton fu colpito dalla mela non si scatenò anche in lui l’estro per creare? Certamente non ha preso in mano un pennello, ma ha dato vita alla legge della gravitazione universale. Schroedinger stesso, rintanato in un rifugio alpino con la sua amante, come un qualsiasi bohemien di tutto rispetto, grazie a quella repentina intuizione che mette in contatto con il tutto, trovò la sua fatidica formula. E questa non è genialità?
Altra accusa: lo scienziato è arido e rende arido tutto ciò che osserva. E’ come se le stelle del firmamento smettessero di brillare semplicemente perché c’è qualcuno che le scruta con occhio analitico, oppure, è come se i fiori perdessero i loro petali profumati perché c’è un botanico che li studia da vicino. Ma non può essere così: la scienza non "spoetizza" il creato. Anzi...trovo molto più seccanti quei "poeti" che decantano la bellezza di un tramonto o si commuovono vedendo la luce lunare riflessa dal mare (ah...l’infinito..). Personalmente, ammetto di non essermi mai commossa davanti ad una formula matematica, né ho pianto, alla prima lezione sulla meccanica quantistica che seguii qualche anno fa (solo davanti a problemi o a teorie particolarmente ostiche, ammetto, di aver pianto a dirotto). Comunque, riporto le parole di Feynman, che si ritrovò a fronteggiare persone del genere (a quanto pare è un problema annoso e internazionale): "I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle - ridotte a "banali" ammassi di gas. Non c’è nulla di "banale". Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte...
...Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?" Il piacere di scoprire, Richard P. Feynman.
Il processo creativo che sta alla base dei "due saperi" (un sapere è quello letterario e artistico, l’altro è quello scientifico) è esattamente lo stesso (vedi Le due culture, cinquant’anni dopo di Ernesto Carafoli).
Infine concludo riportando un estratto dell’articolo di Giuseppe Longo (Scienza e arte, alla ricerca del senso): "…scienza e arte sono più vicine di quanto non si dica. Inoltre i saperi che esse producono sono complementari: poiché il mondo è complesso, non lo si può descrivere in un solo modo. Ogni descrizione, ogni punto di vista, ogni mappatura ci fornisce un'immagine parziale e più o meno distorta della brulicante, multiforme e rumorosa realtà che ci circonda (realtà, che, in sé, ci resta inaccessibile). Queste varie immagini sono complementari, ma a volte anche inconciliabili o addirittura contraddittorie, perché la descrizione è comunque una traduzione e, come ogni traduzione, non può riuscire del tutto: la coerenza sta nel mondo, non necessariamente nelle sue traduzioni."….
"Questa visione unitaria delle origini è confortata dalla profonda unità di conoscenza e azione: noi siamo nel mondo e conoscere il mondo richiede una nostra azione in esso e, viceversa, ogni azione da noi compiuta ci porta un brandello di conoscenza."

Vedi anche: Il poeta e lo scienziato

Nessun commento:

Posta un commento